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La guida per i candidati

Ecco come candidarsi a sindaco

Impegnarsi in prima persona in politica è quasi una vocazione. Una chiamata alle armi che ha come battesimo del fuoco quello di candidarsi a consigliere comunale o, per i più pronti, a primo cittadino. In questo caso è importante sapere come candidarsi a sindaco. Innanzitutto è bene sapere che secondo le norme dell’ordinamento italiano, può candidarsi a primo cittadino ciascun elettore italiano che abbia compiuto il 18esimo anno di età, nel primo giorno fissato per la votazione. Inoltre può candidarsi a sindaco anche chi non risiede nel comune nel quale si candida. Leggi di più

La Commissione elettorale circondariale

La commissione elettorale circondariale è un organo costituito, con decreto del Presidente della Corte d’Appello, in ogni Comune capoluogo di circondario giudiziario, ed è composta da quattro componenti effettivi e quattro supplenti, di cui, sia per gli effettivi che per i supplenti, uno nominato dal prefetto e tre eletti dal consiglio provinciale con voto limitato. Leggi di più

Cos’è l’Iva agevolata per le campagne elettorali

Garantire la possibilità a tutti di potersi rendere utili per il benessere della collettività è uno degli obiettivi che il legislatore si è posto fin dalla nascita della Repubblica. Per raggiungere questo traguardo si passa anche per bonus fiscali, che di fatto abbattono i costi di una campagna elettorale. Uno di questi è l’Iva agevolata per le campagne elettorali, e in particolare per i beni e i servizi che ne fanno parte, ammonta al 4%. Lo dichiara l’Agenzia delle Entrate, con la circolare 19 E del 20 maggio del 2004, sulla base delle precedenti leggi 90 del 2004 e 515 del 1993, che hanno notevolmente esteso questo beneficio. Leggi di più

Agevolazioni postali e fiscali per i candidati

Concorrere in campagna elettorale è una sfida contro numerosi avversari, una competizione caratterizzata dalla passione e dall’impegno, profusi giorno dopo giorno, volti a trasmettere il proprio progetto per migliorare la società. Questo, purtroppo, da solo non basta, ma serve anche un impegno economico. Proprio per questo l’ordinamento italiano ha previsto una serie di bonus per facilitare la campagna elettorale di tutti, anche di chi non dispone di grandi somme. Tra questi ci sono le agevolazioni postali e fiscali. Leggi di più

Scegliere il contrassegno di lista giusto

Nel momento in cui una lista di candidati consiglieri con un candidato sindaco, intende concorrere per le elezioni amministrative di un Comune, nella fase di presentazione della documentazione necessaria, deve fornire in triplice copia anche il contrassegno di lista, vale a dire il simbolo che comparirà sui manifesti elettorali e sulla scheda di voto. Leggi di più

L’importanza del gazebo elettorale

Diffondere in modo efficace il proprio messaggio politico e attirare nuovi potenziali elettori: sono questi i due motivi principali che spingono tanti gruppi o movimenti politici ad allestire un gazebo elettorale in piazza o in una via del proprio comune. Leggi di più

Guai a dimenticarsi delle pubbliche affissioni

Sono davvero tanti gli aspetti da curare durante una campagna elettorale, molti dei quali rischiano di passare in secondo piano. Uno di questi sono le pubbliche affissioni, ovvero le affissioni in pubblico di propaganda politica, i manifesti, gli avvisi, le fotografie, che possono influire sulla scelta degli elettori in occasioni delle consultazioni. Leggi di più

Occhio al divieto di comunicazioni istituzionali

Durante la campagna elettorale la comunicazione deve rispettare leggi e regole ben definite. Partiti e candidati devono, tra le tante cose, rispettare il silenzio elettorale. Ma anche le istituzioni non possono fare quello che vogliono e devono garantire imparzialità e pluralismo. Il divieto di comunicazioni istituzionali, ad esempio, è uno strumento legislativo ideato per garantire il pluralismo e l’equilibrio tra le varie forze in campo, evitando che chi ricopre già delle cariche pubbliche possa eventualmente avvantaggiarsi rispetto ai suoi avversari. Si tratta dunque di una strategia per non dare spazio ad una rappresentazione suggestiva, a fini elettorali, dell’amministrazione e dei suoi organi. Leggi di più

Tutto sull’indennità di funzione

Non essendo la politica un lavoro, gli amministratori pubblici non hanno diritto a stipendi, ma a indennità, rimborsi o gettoni di presenza. In particolare, l’indennità di funzione è un emolumento mensile che viene garantito a sindaci, vicesindaci, assessori e presidenti del consiglio comunale secondo criteri demografici ed economici. Leggi di più

Gettone di presenza, ecco cos’è

Gli amministratori pubblici, per la loro attività, non ricevono uno stipendio, ma indennità e gettoni di presenza. Questi ultimi, in particolare, vengono corrisposti a membri a deputati, senatori, consiglieri pubblici, ecc, per la loro partecipazione a una seduta. Nello specifico, in base all’articolo 82 del Tuel (Testo unico degli enti locali) e rivisto più volte in base alle leggi 122 del 2010 e 10 del 2011, i consiglieri comunali hanno diritto a percepire un gettone di presenza per la partecipazione a consigli e commissioni. L’importo, come nel caso dell’indennità di funzione per sindaci e assessori, è calcolato su base demografica ed economica. Leggi di più

Ecco il calendario delle scadenze

Chi vuole candidarsi alle elezioni amministrative del proprio comune è bene, agenda alla mano, che tenga mene a mente il calendario delle scadenze burocratiche di rito. Si va dagli adempimenti da svolgere per la presentazione delle candidature, fino al silenzio elettorale, passando per il periodo dedicato ai comizi e il termine per effettuare affissioni.

Innanzitutto, nel calendario delle scadenze va evidenziato il periodo entro il quale vanno effettuate le sottoscrizioni per presentare una lista, ovvero la raccolta di firme. La legge 53 del 1990 specifica che “le sottoscrizioni sono nulle se anteriori al 180º giorno precedente il termine finale fissato per la presentazione delle candidature”. Le firme vanno poi autenticate e anche in questo caso la legge specifica che “le autenticazioni sono nulle se anteriori al 180º giorno precedente il termine fissato per la presentazione delle candidature”.

Dal giorno successivo all’indizione delle elezioni c’è la possibilità di raccogliere fondi per il finanziamento della propria campagna elettorale esclusivamente attraverso un mandatario elettorale, tranne per i candidati che spendono meno di euro 2.500 avvalendosi unicamente di denaro proprio.

La presentazione delle candidature alla carica di sindaco e delle liste dei candidati alla carica di consigliere comunale con i relativi allegati deve invece essere effettuata dalle ore 8 del 30º giorno alle ore 12 del 29º giorno antecedenti la data della votazione.

Ogni lista, entro lo stesso giorno in cui è stata presentata, deve essere rimessa alla commissione elettorale circondariale competente, cui spetta di controllare la regolarità formale e sostanziale delle candidature e delle documentazioni ad esse inerenti.

Nel calendario delle scadenze va tenuto in considerazione che nel caso in cui una lista venisse esclusa dalla competizione elettorale, i candidati possono impugnare questa decisione davanti al Tar nel termine di tre giorni dalla pubblicazione, anche mediante affissione, oppure dalla comunicazione, se prevista, degli atti impugnati.

Entro il 45° giorno antecedente la votazione sarà pubblicato il manifesto di convocazione dei comizi con cui si comunica agli elettori la data di svolgimento delle elezioni e dell’eventuale turno di ballottaggio.

Va inoltre ricordato che le Giunte comunali, dal 33° al 31° giorno antecedente quello della votazione dovranno stabilire e delimitare – in ogni centro abitato con popolazione superiore a 150 abitanti – gli spazi da destinare alle affissioni di propaganda elettorale. Le Giunte municipali dovranno provvedere, entro due giorni dalla ricezione delle comunicazioni sull’ammissione delle candidature, all’assegnazione di sezioni dei questi spazi – distintamente per il primo turno e per l’eventuale ballottaggio – alle liste di candidati partecipanti alle elezioni.

Dal 30° giorno antecedente la data delle votazioni si avrà facoltà di tenere riunioni elettorali e comizi. È prassi che tempi e luoghi siano concordati tra i promotori e le autorità locali di pubblica sicurezza. Sempre dal 30° giorno antecedente quello della votazione sono vietati: il lancio o getto di volantini in luogo pubblico o aperto al pubblico; la propaganda elettorale luminosa o figurativa, a carattere fisso in luogo pubblico, escluse le insegne delle sedi dei partiti; la propaganda luminosa mobile.

A decorrere dal giorno di indizione dei comizi, i Comuni sono tenuti a mettere a disposizione dei partiti e dei movimenti presenti nella competizione elettorale, in misura uguale tra loro, i locali di proprietà per conferenze e dibattiti. Nello stesso periodo è fatto divieto per tutte le amministrazioni pubbliche di svolgere attività di comunicazione istituzionale.

Si rammenta inoltre, nel calendario delle scadenze, che nei 90 giorni precedenti le elezioni, sono previste agevolazioni fiscali – con l’applicazione dell’aliquota Iva del 4% – per il materiale tipografico, l’acquisto di spazi d’affissione, di comunicazione politica radiotelevisiva, di messaggi politici ed elettorali su quotidiani e periodici, per l’affitto di locali e per gli allestimenti e i servizi connessi a manifestazioni, commissionati dai partiti e dai movimenti, dalle liste e dai candidati.

Dal 30° giorno antecedente le elezioni è possibile inviare inviare materiali di propaganda elettorale a tariffa postale agevolata.

Nei 15 giorni antecedenti la data di votazione sino alla chiusura delle operazioni di voto, è vietato – in base alla legge 28 del 2000 – rendere pubblici o diffondere i risultati di sondaggi sull’esito delle elezioni e sugli orientamenti politici degli elettori.

Nel calendario delle scadenze va segnato anche che dal giorno antecedente quello della votazione, e quindi dal sabato e fino alla chiusura delle operazioni di voto, sono vietati i comizi, le riunioni di propaganda elettorale diretta o indiretta, in luoghi pubblici o aperti al pubblico, le nuove affissioni di stampati, giornali murali e manifesti.

Inoltre, nei giorni destinati alla votazione, è vietata ogni forma di propaganda elettorale entro il raggio di 200 metri dall’ingresso delle sezioni elettorali.

Una curiosità su questo aspetto: le norme dicono che non costituisce forma di propaganda elettorale il fatto che i rappresentanti di lista o dei gruppi ammessi, all’interno della sezione elettorale, indossino un bracciale o un altro distintivo con riprodotto il contrassegno della lista che rappresentano. Tale distintivo va però immediatamente rimosso se il rappresentante esce dal seggio.

E proprio riguardo alla designazione dei rappresentanti di lista agli uffici elettorali di sezione, si ricorda che questa va fatta al segretario del comune, entro il venerdì precedente l’elezione o direttamente al presidente del seggio, il sabato pomeriggio, durante le operazioni di autenticazione delle schede di votazione, oppure la mattina della domenica purché prima dell’inizio della votazione.

Infine nel calendario delle scadenze va messo in evidenza che entro l’ottavo giorno precedente la votazione vige l’obbligo per i sindaci di pubblicare nell’albo pretorio e in altri luoghi pubblici il manifesto contenente i nomi dei candidati e le liste nell’ordine sorteggiato e i relativi contrassegni.

Silenzio elettorale: cosa dice la legge

Il silenzio elettorale è il divieto di svolgere qualsiasi tipo di forma di propaganda elettorale a favore dei candidati e delle liste nel giorno antecedente e nel giorno stesso della votazione. Il periodo di silenzio elettorale a ridosso delle elezioni nasce dal desiderio di permettere al cittadino di riflettere in modo sereno sul voto che sta per esprimere, ragionando su quanto appreso nelle precedenti settimane di campagna elettorale. Un gesto di rispetto, insomma, nei confronti dell’elettore e della sua facoltà di decidere liberamente a chi affidare la propria preferenza.

Il periodo di silenzio elettorale impone, nello specifico, che nei giorni destinati alla votazione sia vietata ogni forma di propaganda elettorale entro il raggio di 200 metri dall’ingresso delle sezioni elettorali. Sono vietati i comizi, le riunioni di propaganda elettorale diretta o indiretta sia in luoghi pubblici che in quelli aperti al pubblico. Si aggiunge poi il divieto di affiggere nuovi stampati, giornali, drappi, striscioni e altri manifesti di propaganda. Contravvenire alle norme previste dalla legge significa può costare caro: non rispettare le regole significa infatti andare incontro alla reclusione fino ad un anno e ad una pena pecuniaria piuttosto consistente.

Come tutto l’insieme delle attività di propaganda svolta a favore dei candidati, anche la questione del silenzio elettorale è disciplinata dalla legge numero 212 del 4 aprile 1956, poi integrata in interventi successivi. All’interno dell’articolo 9 si affronta nello specifico il tema del divieto di fare ogni tipo di propaganda politica.

Un’altra norma sul silenzio elettorale riguarda le emittenti radiotelevisive. Il decreto legge del 6 dicembre 1984, numero 807 (Disposizioni urgenti in materia di trasmissioni radiotelevisive), all’articolo 9-bis sul divieto di propaganda elettorale recita così: “Nel giorno precedente e in quelli stabiliti per le elezioni è fatto divieto anche alle emittenti radiotelevisive private di diffondere propaganda elettorale”.

Esclusione di una lista dal procedimento elettorale

La legge italiana dà la possibilità a un candidato sindaco di impugnare la decisione di esclusione di una lista dal procedimento elettorale. I motivi che possono portare all’esclusione di una lista possono essere molteplici, nella maggior parte dei casi procedurali (irregolarità nella raccolta di firme, mancata presentazione di parte della documentazione necessaria o mancata sostituzione di un contestato contrassegno di lista) o sostanziali (mancato rispetto della proporzione di genere, ma solo per i Comuni oltre i 15mila abitanti). Per quanto concerne la possibilità di ricorrere contro gli atti delle commissioni elettorali circondariali che riguardano le candidature, vanno seguite le direttive indicate dal decreto legislativo 2 luglio 2010 n. 104.

A questo proposito gli atti di esclusione di una lista o candidati possono essere impugnati da parte di tutti coloro che abbiano subìto un’immediata lesione del diritto a partecipare al procedimento elettorale preparatorio, davanti al Tribunale amministrativo regionale competente (Tar), nel termine di tre giorni dalla pubblicazione, anche attraverso affissione, oppure dalla comunicazione, se prevista, degli atti impugnati.

Il ricorso contro l’esclusione dalla competizione elettorale deve essere, a pena di decadenza, notificato, direttamente dal ricorrente o dal suo difensore, esclusivamente mediante consegna diretta, posta elettronica certificata o fax, all’ufficio che ha emanato l’atto impugnato (cioè alla commissione o sottocommissione elettorale circondariale per quanto riguarda le elezioni comunali), alla Prefettura e, dove possibile, agli eventuali controinteressati. In ogni caso, l’ufficio che ha emanato l’atto impugnato rende pubblico il ricorso attraverso affissione di una sua copia integrale in appositi spazi sempre accessibili al pubblico e questa pubblicazione ha valore di notifica per pubblici proclami per tutti i contro interessati. In più il ricorso contro l’esclusione di una lista va depositato nella segreteria del tribunale amministrativo regionale (Tar), che provvede a pubblicarlo sul sito internet della giustizia amministrativa e ad affiggerlo in appositi spazi accessibili al pubblico.

L’udienza di discussione si celebra senza possibilità di rinvio anche in presenza di ricorso incidentale, nel termine di tre giorni dal deposito del ricorso, senza avvisi. Il giudizio è deciso all’esito dell’udienza con sentenza in forma semplificata, da pubblicarsi nello stesso giorno. Stessa prassi per il ricorso in Appello: notifica all’ufficio che ha emanato l’atto impugnato, e deposito al Tar e in più, in questo caso, al Consiglio di Stato. La sentenza del Consiglio di Stato sull’esclusione di una lista interviene entro tre giorni.

Raccolta firme per presentazione di candidature

Uno dei passi fondamentali per coloro che intendono presentarsi alle elezioni amministrative di un comune è la raccolta firme per la presentazione di candidature della propria lista. Si tratta di un atto previsto dalla legge che a come obiettivo quello di impedire l’iscrizione di liste che non godono di alcun sostegno popolare e, per questo, già destinate alla sconfitta. È dunque una questione di buon senso e di ragionevolezza, che evita lo spreco di tempo e di denaro pubblico.

Il numero di sottoscrizioni necessarie varia a seconda del comune e dipende da quante persone vi abitano. I casi da valutare sono ben dieci, per cui occorre considerare con estrema attenzione la popolazione presente nella città. È necessario fare riferimento, in particolare, ai risultati dell’ultimo censimento generale.

Più nel dettaglio, la raccolta firme per la presentazione di candidature necessita, nei comuni con una popolazione sopra il milione di abitanti, tra le 1.000 e le 1.500 sottoscrizioni. Per i comuni abitati da 500.001 fino ad milione di persone sono richieste tra le 500 e le 1000 firme, mentre i municipi tra i 100.001 e i 500.000 abitanti vogliono tra le 350 a le 700 sottoscrizioni da parte dei votanti.

La legge prevede inoltre, per le città più piccole, che la raccolta di firme per la presentazione di candidature nei comuni tra i 40.001 e i 100.000 abitanti sia sottoscritta tra i 200 e ai 400 elettori: tra le 175 e le 350 firme sono invece richieste per i municipi che contano una popolazione compresa tra i 20.001 e 40.000. I comuni più piccoli, con una popolazione tra le 10.001 e le 20.000 persone, richiedono tra i 100 e i 200 elettori, mentre i municipi tra i 5.001 e i 10.000 abitanti necessitano dalle 60 alle 120 firme. Per i paesi che contano tra i 2.001 e i 5.000 persone servono tra le 30 e le 60 sottoscrizioni; servono tra i 30 e i 50 elettori per i municipi tra i 1.000 e i 2.000 abitanti.

Infine, per quanto riguarda la raccolta firme per la presentazione di candidature nei comuni con meno di 1.000 persone, non è richiesta nessuna sottoscrizione. In questo caso sono gli stessi candidati che presentano la loro candidatura.

Secondo le linee guida del ministero dell’Interno “le firme anteriori al 180esimo giorno precedente il termine ultimo per la presentazione sono nulle”. Inoltre, nessun elettore può sottoscrivere più di una dichiarazione. La valutazione del procedimento è data dalla commissione elettorale, che ha il compito di verificare se il numero di presentatori è quello prescritto e se le firme sono state apposte su moduli riportanti il contrassegno di lista, il nome, il cognome, il luogo e la data di nascita dei candidati.

Incandidabilità del consigliere comunale

Man mani che ci si avvicina ad una tornata elettorale, negli ultimi anni si parla sempre più spesso di incandidabilità. Proprio come deputati, senatori e amministratori regionali e locali, l‘incandidabilità del consigliere comunale segue precise sancite dal decreto legislativo 235 del 2012, conosciuto come “Legge Severino”. In estrema sintesi, la legge diche che non può ricoprire cariche elettive e di Governo chi è stato condannato in via definitiva per delitti non colposi.

Di incandidabilità del consigliere comunale si parla nel comma 1 dell’articolo 10 della legge, che specifica che “non possono essere candidati coloro che hanno riportato condanna definitiva per il delitto previsto dall’articolo 416-bis del codice penale (l’associazione di tipo mafioso) o per il delitto di associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti” o per un delitto che concerne la fabbricazione, l’importazione, l’esportazione e la vendita di armi. L’incandidabilità del consigliere comunale riguarda anche i condannati in via definitiva per i reati di peculato, concussione, corruzione, abuso d’ufficio, e a pene non inferiori ai due anni per delitti non colposi.

Il comma 3 prevede che l’eventuale elezione o nomina di coloro che si trovano in queste condizioni sia nulla. L’organo che ha provveduto alla nomina o alla convalida dell’elezione è quindi tenuto a revocare il relativo provvedimento non appena venuto a conoscenza dell’esistenza di queste condizioni.

Sospesi di diritto dalle cariche anche coloro che hanno riportato una condanna non definitiva per uno dei delitti elencati prima e coloro che, con sentenza di primo grado, confermata in appello per la stessa imputazione, hanno riportato, dopo l’elezione o la nomina, una condanna ad una pena non inferiore a due anni di reclusione per un delitto non colposo.

In occasione della presentazione delle liste dei candidati per le elezioni amministrative ciascun candidato deve rendere una dichiarazione sostitutiva che attesta l’insussistenza delle cause di incandidabilità del consigliere comunale. La sentenza di riabilitazione è l’unica causa di estinzione anticipata dell’incandidabilità del consigliere comunale.

Infine, bisogna tenere a mente anche l’incompatibilità del consigliere comunale. Infatti, in base alla legge Delrio, la 56 del 2014, “le cariche di consigliere comunale e circoscrizionale sono incompatibili, rispettivamente, con quelle di consigliere comunale di altro comune e di consigliere circoscrizionale di altra circoscrizione, anche di altro comune. La carica di consigliere comunale è incompatibile con quella di consigliere di una circoscrizione dello stesso o di altro comune”.

Ecco le regole della par condicio

Parità di trattamento o pari informazioni: è questo il significato di par condicio, una delle espressioni latine che si sente citare con maggiore frequenza in occasione di ogni corsa elettorale. Per par condicio si intende l’insieme dei criteri che devono adottare gli organi di informazione per garantire un’appropriata visibilità a tutti i partiti e movimenti politici. Ad ispirare ideologicamente la normativa relativa alla par condicio è il principio americano dell’equal time, un principio in vigore fino ai primi anni Ottanta secondo il quale se, in televisione, si sosteneva un determinato punto di vista bisognava concedere un’identica quantità di tempo ai sostenitori della posizione opposta.

Nell’Italia degli anni Cinquanta la legge si limitava a stabilire alcune regole per l’affissione dei manifesti elettorali nei trenta giorni precedenti all’elezione. Soltanto nel 1993 è stata emanata una prima normativa specifica, la legge 515/1993, relativa alla comunicazione durante le campagne elettorali per l’elezione alla Camera e al Senato. Attualmente la legge principale che regola la par condicio è la 28/2000, approvata dal governo D’Alema, ovvero il documento principale che tutela il pluralismo nel settore radiotelevisivo.

A differenza della legge del 1993, questa normativa disciplina la comunicazione politica durante tutto l’anno, compreso il periodo delle campagne elettorali e referendarie, regolando la presenza dei personaggi politici in televisione e in radio. In periodo pre-elettorale, inoltre, limita la pubblicità elettorale e i messaggi autogestiti e impone il divieto di divulgare sondaggi nei quindici giorni precedenti alle operazioni di voto.

A far rispettare la par condicio, per le televisioni e le radio private, è l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AgCom). Le reti pubbliche sono invece controllate dalla Commissione di vigilanza Rai. Nel caso in cui il principio di par condicio venisse violato, l’AgCom ha il compito di emanare sanzioni ad hoc: questo ente può quindi ordinare all’emittente la trasmissione di messaggi o di programmi di comunicazione politica in favore dei soggetti danneggiati e, nei casi più gravi, può disporre l’immediata sospensione delle trasmissioni che violano la legge. Non rispettare la par condicio significa andare incontro a multe molto salate, si va infatti dai mille ai 20mila euro.

Rappresentanza di genere nelle liste: cosa dice la legge

Donne e politica, un tema da sempre molto dibattuto e che chi si appresta a formare una lista per le elezioni comunali non può non tenere in considerazione. Oggi, infatti, nella formazione di un elenco di candidati alle elezioni, occorre dare “equilibrata rappresentanza” a persone di sesso maschile e di sesso femminile. A sostenerlo è l’articolo 2 della legge 215 del 2012 inerente alla rappresentanza di genere nelle liste.

La norma, nel promuovere questo riequilibrio, ha modificato gli articoli 30 e 33 del testo unico numero 570 del 1960 prevedendo un controllo e un diretto intervento delle commissioni elettorali circondariali con l’obiettivo di garantire la rappresentanza di entrambi i sessi nelle liste dei candidati e graduando l’intervento correttivo delle commissioni medesime a seconda dell’entità demografica dei comuni.

Per l’elezione nei comuni con popolazione inferiore a 5.000 abitanti, l’unico riferimento alla rappresentanza di genere nelle liste è un articolo che recita: “Nelle liste dei candidati è assicurata la rappresentanza di entrambi i sessi“. La legge, tuttavia, non prevede misure sanzionatorie a carico delle liste che non assicurano la rappresentanza di entrambi i sessi.

Per i comuni con popolazione tra i 5.000 e i 15.000 abitanti, invece, il legislatore ha previsto disposizioni più penetranti: viene, infatti, definita una quota massima di candidati del genere più rappresentato in ciascuna lista pari a due terzi dei candidati (ammessi) della stessa lista. Tocca poi alla commissione elettorale circondariale, che funge da corte d’appello in questo ambito, far rispettare questa disposizione cancellando, partendo dall’ultimo della lista, i nomi dei candidati appartenenti al genere rappresentato in misura eccedente i due terzi dei candidati.

Lo stesso vale per i comuni superiori a 15.000 abitanti. Ma a differenza dei comuni con popolazione tra i 5.000 e i 15.000 abitanti, proprio per garantire la rappresentanza di genere nelle liste qualora tale lista, dopo le cancellazioni finalizzate ad assicurare il rispetto della proporzione, contenga un numero di candidati ammessi inferiore a quello previsto, la commissione stessa procederà alla ricusazione della lista.

Quanti sono i candidati per lista?

Uno, dieci, cento. Chi non si è mai chiesto quanti candidati per lista vanno presentati alle elezioni comunali? Il numero varia in base al numero di abitanti del comune stesso. Ciascuna candidatura alla carica di sindaco è collegata ad una lista, che deve comprendere un numero di candidati non superiore al numero dei consiglieri da eleggere e non inferiore ai tre quarti (cifra arrotondata all’unità superiore in caso di cifra decimale maggiore di 50 centesimi) cioè: da almeno 7 e da non più di 10 candidati, nei comuni con popolazione fino a 3.000 abitanti; da almeno 9 e da non più di 12 candidati, nei comuni con popolazione da 3.001 a 10.000 abitanti; da almeno 12 e da non più di 16 candidati, nei comuni con popolazione da 10.001 a 15.000. Va tenuto presente, nella valutazione di quanti candidati per lista occorrono, che la popolazione è determinata in base ai risultati dell’ultimo censimento, ovvero quello del novembre 2012.

Il calcolo di quanti candidati per lista servono, cambia con l’aumentare della popolazione. Per i Comuni superiori ai 15mila abitanti infatti ogni lista deve comprendere un numero di candidati non superiore al numero dei consiglieri da eleggere e non inferiore ai due terzi. Quando, per la determinazione del numero minimo, il numero dei consiglieri da eleggere non sia esattamente divisibile per 3, trova applicazione l’articolo 73 del decreto legislativo 267 del 2000, in base al quale, quando il numero dei consiglieri da comprendere in ogni lista, risultante dal calcolo di cui si è detto, contenga una cifra decimale superiore a 50, esso viene arrotondato all’unità superiore.

Quindi il numero di quanti candidati per lista occorrono, sarà: da 11 a 16 candidati, nei comuni con popolazione da 15.001 a 30.000 abitanti; da 16 a 24 candidati, nei comuni con popolazione da 30.001 a 100.000 abitanti e che non siano capoluoghi di provincia; da 21 a 32 candidati, nei comuni con popolazione da 100.001 a 250.000 abitanti, o che, pur avendo popolazione inferiore a 100.000 abitanti, siano capoluoghi di provincia; da 24 a 36 candidati, nei comuni con popolazione da 250.001 a 500.000 abitanti; da 27 a 40 candidati, nei comuni con popolazione da 500.001 abitanti ad un milione di abitanti; da 32 a 48 candidati, nei comuni con più di un milione di abitanti.

Attenzione ai sondaggi elettorali

Non c’è campagna elettorale che si rispetti senza sondaggi elettorali, ovvero quegli “strumenti” statistici utilizzati per conoscere le tendenze di un determinato “mercato”, anche dell’elettorato pubblico. Proprio in quest’ambito devono seguire regole ben definite, dettate dalla legge numero 28 del 2000, che costituisce una raccolta delle disposizioni che garantiscono la parità di accesso agli strumenti comunicativi durante le campagne elettorali e referendarie.

Si tratta di una legge che promuove e disciplina l’accesso ai mezzi di informazione per la comunicazione politica, con l’obiettivo di garantire la parità di trattamento e l’imparzialità rispetto a tutti i soggetti politici. Questa legge, inoltre, regolamenta con lo stesso fine l’accesso ai mezzi di informazione durante le campagne per l’elezione al Parlamento europeo, le elezioni politiche, regionali e amministrative e per ogni referendum.

Nei primi articoli di questa legge si affronta con precisione il tema della comunicazione politica radiotelevisiva: nel primo comma, nello specifico, si afferma che le emittenti televisive devono assicurare a tutti i soggetti politici l’accesso all’informazione e alla comunicazione politica con imparzialità ed equità.

Per approfondire il tema dei sondaggi elettorali è necessario leggere l’articolo 8. In questo passaggio si dichiara che nei quindici giorni precedenti la data delle votazioni è vietato rendere pubblici o, comunque, diffondere i risultati di sondaggi demoscopici sull’esito delle elezioni e sugli orientamenti politici e di voto degli elettori, anche se questi sondaggi sono stati effettuati in un periodo precedente a quello del divieto.

I risultati dei sondaggi realizzati al di fuori del periodo definito possono essere diffusi soltanto se accompagnati da specifiche indicazioni, relative, ad esempio, al soggetto che ha realizzato il sondaggio, il committente, i criteri seguiti per la formazione del campione, il metodo di raccolta e di elaborazione dei dati, il numero delle persone interpellate e l’universo di riferimento.

Le violazioni delle disposizioni descritte all’interno di questa legge sul sondaggio elettorale sono perseguite d’ufficio dalle autorità. Ciascun soggetto politico può eventualmente denunciare eventuali violazioni entro dieci giorni dal fatto.

Cosa c’è da sapere sul mandatario elettorale

Sono tanti gli aspetti da valutare all’inizio di una campagna elettorale. Tra le prime decisioni che il futuro candidato deve prendere, c’è quella della scelta del mandatario elettorale, ovvero la persona con la quale il candidato condivide la responsabilità di firmare il bilancio della campagna elettorale, in vista dei successivi controlli.

È bene sapere che fin dal giorno successivo all’indizione delle elezioni, i candidati in Comuni superiori ai 15mila abitanti possono raccogliere fondi per il finanziamento della propria campagna elettorale, ma questi devono passare esclusivamente attraverso il mandatario elettorale. Il primo compito di questa figura, prevista dalle legge 96 del 2012, consiste nell’apertura di un unico conto corrente bancario o postale a proprio nome. Nell’intestazione del conto è specificato che il titolare agisce in veste di mandatario elettorale di un candidato nominativamente indicato. L’estratto conto riporterà, pertanto, tutti i movimenti relativi ad entrate e spese di competenza della campagna elettorale.

La dichiarazione della designazione del mandatario elettorale deve essere fatta per iscritto, al Collegio regionale di garanzia elettorale, alla Corte d’Appello o, in mancanza, al tribunale del capoluogo di ciascuna regione. Il Collegio è un organismo di controllo i cui componenti sono: magistrati, giuristi ed esperti contabili, cui è affidato l’incarico di verificare i rendiconti presentati da eletti e non eletti. La legge vieta che il candidato possa nominare più di un mandatario elettorale e questi, a sua volta, non può assumere l’incarico per più di un candidato.

Ma un candidato può spendere la cifra che vuole per la propria campagna elettorale? No, esistono precisi paletti. Nei comuni con popolazione superiore a 15.000 e non superiore a 100.000 abitanti, le spese per la campagna elettorale di ciascun candidato alla carica di sindaco non possono superare l’importo massimo derivante dalla somma della cifra fissa di 25.000 euro e della cifra ulteriore pari al prodotto di un euro per ogni cittadino iscritto nelle liste elettorali comunali. Nei comuni con popolazione superiore a 100.000 e non superiore a 500.000 abitanti, le spese non possono superare l’importo massimo della somma di 125.000 euro e della cifra ulteriore pari al prodotto di un euro per ogni cittadino iscritto nelle liste elettorali. Oltre i 500mila abitanti si sommano 250mila euro a 90 centesimi per ogni cittadino iscritto nelle liste elettorali.

Per quanto riguarda invece il candidato consigliere nei comuni con popolazione superiore a 15.000 e non superiore a 100.000 abitanti, le spese non possono superare l’importo massimo derivante dalla somma di 5.000 euro con 0,05 euro per ogni cittadino iscritto nelle liste elettorali . Tra 100.000 e 500.000 abitanti, le spese non possono superare l’importo massimo di 12.500 euro più 0,05 euro per ogni cittadino iscritto nelle liste elettorali. Infine nei comuni con popolazione superiore a 500.000 abitanti, le spese non possono superare l’importo massimo derivante dalla somma di 25.000 euro con lo 0,05 euro per ogni cittadino iscritto nelle liste elettorali.

Il mandatario elettorale è tenuto a verificare che non si superino queste soglie di spesa; superare il tetto potrebbe costringere il candidato a dover pagare da uno a tre volte la cifra che ha speso in più del dovuto. In caso di mancato deposito dei consuntivi delle spese elettorali da parte dei partiti, movimenti e liste, il collegio istituito alla sezione regionale di controllo della Corte dei conti applicherà una multa da 50.000 a 500.000 euro. Il consuntivo delle spese deve essere trasmesso al presidente del consiglio comunale entro tre mesi dalla data delle elezioni.